Storia dell’orologeria britannica: dalle origini ai giorni nostri

La storia della misurazione del tempo in Britannia abbraccia millenni, intrecciandosi con l’evoluzione scientifica, sociale e culturale del paese. Dalle prime osservazioni astronomiche nelle società pre-cristiane, passando per le monumentali torri con orologi meccanici del Medioevo, fino alle raffinate invenzioni dell’epoca moderna, l’orologeria britannica vanta innovazioni fondamentali e protagonisti celebri. In questo saggio esamineremo, epoca per epoca, come gli abitanti delle isole britanniche hanno misurato il tempo: dagli strumenti rudimentali dell’antichità, alle pendole domestiche e agli orologi da polso, evidenziando gli artigiani e inventori chiave (come John Harrison, George Graham, Thomas Mudge), l’impatto dell’industrializzazione, il ruolo dell’orologeria nelle forze armate e la recente rinascita dell’orologeria di qualità nel Regno Unito. Scopriremo non solo l’evoluzione tecnica, ma anche il contesto culturale che ha reso la misurazione del tempo una parte integrante della storia britannica.

Antichità – Il tempo fra pietre e stelle


Stonehenge, eretto nel Neolitico (circa 2500 a.C.), è un esempio iconico di monumento allineato con eventi astronomici: il suo asse principale è allineato al sorgere del sole nel solstizio d’estate, segno che gli antichi abitanti misuravano il ciclo delle stagioni osservando il moto solare[1].

In epoca pre-cristiana, molto prima dell’invenzione degli orologi meccanici, le popolazioni della Britannia misuravano il tempo principalmente attraverso i cicli astronomici e strumenti naturali. I monumenti megalitici come Stonehenge (nell’attuale Wiltshire, Inghilterra) indicano l’importanza di osservare il Sole: l’intero sito è orientato in modo da segnalare il sorgere del sole al solstizio d’estate e il tramonto al solstizio d’inverno[1]. Ciò suggerisce che le comunità neolitiche e dell’Età del Bronzo utilizzavano tali allineamenti per marcare il passare delle stagioni, cruciali per l’agricoltura e i rituali.

Le antiche popolazioni celtiche e britanno-romane, successivamente, adottarono strumenti più portatili per suddividere le ore del giorno. Meridiane (orologi solari) comparvero in Britannia con l’influsso romano: si trattava di quadranti con incise le ore, su cui l’ombra di uno gnomone indicava il tempo in base alla posizione del sole. Sono stati rinvenuti frammenti di meridiane romane in siti britannici, prova che i Romani introdussero questa tecnologia anche nelle province lontane. Clessidre ad acqua (clepsydrae) erano conosciute fin dall’epoca romana: l’esercito romano, ad esempio, usava clessidre per suddividere la notte in turni di guardia. Un curioso aneddoto riportato dallo storico romano Vegezio narra che Giulio Cesare, durante la campagna in Britannia nel 54 a.C., misurò la durata delle notti usando proprio una clepsydra, rilevando che in estate le notti britanniche erano più brevi che sul continente[2]. L’uso di queste clessidre d’acqua nell’esercito romano era comune e serviva a ripartire in quattro parti le veglie notturne[3], garantendo turni di guardia equi. Oltre all’acqua, con il tempo si diffusero anche clessidre a sabbia (stime storiche le fanno apparire nel primo Medioevo), impiegate per misurare intervalli brevi; in mare, ad esempio, le clessidre a sabbia di mezz’ora aiutavano i marinai a tenere il tempo durante le manovre e le turnazioni.

Accanto a sole e acqua, un’altra ingegnosa soluzione “portatile” per misurare il tempo nell’Alto Medioevo fu ideata secondo la tradizione da Alfredo il Grande, re dei Sassoni nel IX secolo: la candela oraria. Alfredo, intorno all’878 d.C., utilizzò sei candele tarate per bruciare in quattro ore ciascuna, segnando così le 24 ore della giornata[4]. Le candele, poste al riparo dal vento in lanterne di corno, fungevano da orologio notturno e furono un espediente prezioso in un’epoca in cui il sole e le stelle erano inutilizzabili per la misura del tempo durante le lunghe notti invernali. Questo metodo, seppur impreciso (la velocità di combustione variava con correnti d’aria e qualità della cera), testimonia l’ingegnosità con cui si cercava di “domare” il tempo.

In sintesi, nell’antichità britannica la misurazione del tempo si basava su fenomeni naturali e strumenti semplici: il cielo fungeva da grande orologio, con il Sole e la Luna a scandire giorni, mesi e stagioni, mentre dispositivi come meridiane e clessidre (ad acqua o sabbia) permettevano di suddividere le ore di luce o oscurità. Queste pratiche preparano il terreno alle grandi innovazioni che dal Medioevo in poi rivoluzioneranno la misura del tempo.

Medioevo – Le campane e i primi orologi meccanici

Con il Medioevo cristiano, la necessità di misurare il tempo divenne cruciale soprattutto per le comunità monastiche e le città emergenti. In assenza di orologi accurati, le campane svolgevano un ruolo fondamentale: regolavano la vita quotidiana chiamando i monaci alle preghiere canoniche a intervalli regolari e segnalando ai cittadini l’inizio e fine della giornata di lavoro. Molte chiese anglosassoni utilizzavano ancora le meridiane incise sulle pareti (note come meridiane canoniche). Un esempio celebre è la meridiana di Kirkdale, nello Yorkshire, risalente all’XI secolo: incisa su pietra all’ingresso di una chiesa, riportava un’iscrizione in antico inglese e fungeva da indicatore solare delle ore del giorno “canoniche”[5][6]. Queste meridiane medievali dividevano grossolanamente il tempo delle preghiere diurne, ma restavano inutilizzabili con il cielo coperto o di notte.

Per ovviare all’assenza del sole, i monaci potrebbero aver adottato le tecniche ereditate dai Romani: clepsydrae e candele orarie. Non vi sono prove documentarie certe di orologi ad acqua nell’Alto Medioevo britannico, ma reperti come un possibile orologio ad acqua trovato a Market Overton (Rutland) suggeriscono il loro impiego locale[7]. Più sicura è la continuità d’uso delle candele orarie nelle abbazie, pratica attestata da Alfredo il Grande e probabilmente imitata nei secoli seguenti per marcare le ore notturne (sempre che si potessero permettere il costoso lusso di candele di buona qualità)[4][8].

La vera rivoluzione arrivò però con l’invenzione degli orologi meccanici. In Europa i primi orologi a ingranaggi compaiono verso il XIII secolo, spesso installati nelle torri campanarie per dare l’ora alla comunità mediante rintocchi. In Inghilterra, una delle prime menzioni risale al 1283, quando a Londra viene citato un orologio a ruote. Nel XIV secolo questi meccanismi si diffondono in molte cattedrali e città: si trattava di grandi congegni azionati da pesi e regolati da un rudimentale scappamento a verga e foliot, privi di quadrante ma connessi a una campana per battere le ore. Salisbury vanta probabilmente l’esempio più antico tuttora funzionante: l’orologio della cattedrale (costruito circa nel 1386) è una maestosa struttura in ferro battuto, priva di quadrante, che originariamente suonava le ore per i cittadini[9]. Questo dispositivo medievale, il più vecchio orologio funzionante al mondo, testimonia l’abilità degli artigiani inglesi nel realizzare ingranaggi e meccanismi durevoli. Altri celebri orologi pubblici medievali in Inghilterra includono quello di Wells (fine del XIV secolo), dotato di quadrante astronomico e figure mobili che si animano allo scoccare dell’ora, e quello di Exeter. Entro il 1400 l’Inghilterra aveva dunque diversi orologi monumentali che scandivano il tempo urbano.

Parallelamente, nelle case nobiliari cominciarono ad apparire i primi orologi “domestici”, sebbene fossero rarissimi e più che altro status symbol. Si trattava di orologi portativi di provenienza spesso continentale (fiamminga o tedesca) che i mercanti importavano. Ad esempio, re Enrico VIII nel XVI secolo possedeva alcuni orologi meccanici e persino uno da indossare al braccio – un prototipo di orologio da polso donatogli da un cortigiano nel 1540 circa. In generale, però, nel Medioevo gli orologi restavano perlopiù macchine pubbliche o monastiche: grandi, costose e in mano a pochi specialisti. La maggior parte della popolazione continuava a regolare la propria vita con il sorgere e il calare del sole, il suono delle campane e, nelle città, con i rintocchi delle nuove torri con orologio che divennero orgoglio civico e simbolo di autorità comunale.

Età moderna (XVI–XVIII secolo) – L’età dell’oro dell’orologeria inglese

Tra il Rinascimento e l’Illuminismo l’orologeria britannica fece passi da gigante, al punto che tra Seicento e Settecento l’Inghilterra divenne leader mondiale nel campo. Nel Cinquecento, sotto i Tudor e gli Stuart, aumentarono gli orologiai attivi a Londra e nelle città maggiori. Nel 1631 re Carlo I concesse una Royal Charter per istituire la Worshipful Company of Clockmakers (la corporazione degli orologiai)[10], che dava prestigio e regolamentava il mestiere. In questo periodo iniziano a diffondersi orologi da tavolo e da parete nelle case aristocratiche: un esempio tipico sono i lantern clocks, orologi da muro in ottone con un’unica lancetta delle ore, prodotti da maestri come Nicholas Oursian (orologiaio ugonotto alla corte di Elisabetta I) e David Ramsay (orologiaio di Giacomo I)[11]. Questi orologi segnavano le ore con discreta precisione grazie a pesi e scappamenti primitivi, anche se necessitavano di continue regolazioni.

La fine del XVII secolo segnò l’inizio di quella che viene spesso chiamata la “Golden Age” (età dell’oro) dell’orologeria inglese[12]. Furono anni contrassegnati da eccezionali progressi sia tecnici sia artistici, trainati da una schiera di artigiani-geni che operarono a Londra, allora centro nevralgico del settore. Thomas Tompion (1639-1713), soprannominato il “padre dell’orologeria inglese”, fu uno dei pionieri: nelle sue pendole e orologi sviluppò meccanismi sempre più accurati, adottando ad esempio la spirale regolatrice sul bilanciere (invenzione coeva di Robert Hooke e Christiaan Huygens attorno al 1675) e perfezionando il pendolo nelle pendole da osservatorio. Tompion divenne tanto rinomato da essere sepolto con onore nell’abbazia di Westminster alla sua morte[13]. Accanto a lui emersero figure come Daniel Quare (1648-1724), inventore del meccanismo di ripetizione dei minuti per gli orologi da tasca nel 1680[14], e gli orologiai di origine francese come Justin Vulliamy, parte della comunità di ugonotti rifugiati a Londra che portarono nuove competenze[15].

Uno degli allievi di Tompion fu George Graham (1673-1751), destinato a diventare a sua volta un gigante dell’orologeria. Graham migliorò ulteriormente gli orologi a pendolo introducendo nel 1715 circa il cosiddetto scappamento “deadbeat” (a scappamento fermo), evoluzione di quello ad ancora, che eliminava il rimbalzo dell’ancora e aumentava la precisione[16][17]. Inoltre perfezionò la compensazione termica del pendolo con l’invenzione del pendolo a mercurio[16], che manteneva costante la lunghezza del pendolo al variare della temperatura. Non ultimo, Graham sviluppò anche lo scappamento a cilindro per orologi da tasca[18], semplificando il meccanismo rispetto allo scappamento a verga e riducendo l’usura. Oltre alle invenzioni, “Honest George” (come veniva chiamato per la sua rettitudine) fu un protagonista della comunità scientifica: collaborò con l’Osservatorio di Greenwich costruendo strumenti astronomici per Edmond Halley e James Bradley[19]. Fu anche colui che accolse un giovane talento autodidatta, John Harrison, e lo aiutò nei suoi sforzi pionieristici (offrendogli persino un prestito senza interessi per finanziarne gli studi)[20][21].

Se l’Inghilterra in questa epoca era all’avanguardia, lo si deve infatti in gran parte all’opera di John Harrison (1693-1776), il geniale orologiaio che risolse il secolare “problema della longitudine”. Per la navigazione oceanica, determinare la longitudine era una sfida vitale: nel 1714 il Parlamento britannico istituì il Longitude Act, offrendo un premio di 20.000 sterline a chi avesse trovato un metodo pratico per calcolare la longitudine in mare con precisione[22]. Harrison, falegname di provincia con passione per gli orologi, dedicò la vita a costruire un cronometro marino portatile capace di mantenere l’ora esatta durante i viaggi in mare. Dopo vari prototipi (H1, H2, H3), nel 1759 completò il suo capolavoro: l’orologio da marina H4, simile a un grande orologio da tasca, che nei test si rivelò straordinariamente accurato[23]. Durante la prova ufficiale del 1761-1762 sul viaggio per la Giamaica, il cronometro di Harrison mantenne il tempo con un errore di soli 5 secondi in 81 giorni di navigazione[24]. Superava così ampiamente i requisiti del premio (errore massimo di 2-3 secondi al giorno) e dimostrava che la longitudine poteva essere calcolata confrontando l’ora locale (determinata dall’altezza del sole) con l’ora esatta di Greenwich mostrata dal cronometro. Nonostante alcune resistenze burocratiche del Board of Longitude, nel 1765 Harrison ottenne il riconoscimento ufficiale: il suo strumento aveva risolto il problema[25]. Il cronometro H4 e il successivo H5 (1770, verificato personalmente da re Giorgio III) rivoluzionarono la navigazione, mettendo la Royal Navy in condizione di dominare gli oceani grazie a mappe e rotte più precise[26][27]. Harrison viene ricordato come colui che “conquistò la longitudine”[28], un trionfo scientifico e di orgoglio nazionale.

Accanto ad Harrison, altri maestri inglesi del Settecento contribuirono ai progressi dell’orologeria. Thomas Mudge (1715-1794), ad esempio, inventò intorno al 1754 lo scappamento ad ancora (lever escapement), montandolo nel 1770 su un orologio da tasca[29]. Questo scappamento – perfezionato poi nell’Ottocento – divenne lo standard per praticamente tutti gli orologi meccanici portatili fino ad oggi, per la sua efficienza e robustezza. Tuttavia, orologi e cronometri costruiti a mano da geni come Harrison e Mudge avevano un difetto: erano estremamente costosi e complessi, dunque non potevano essere prodotti in massa[30]. Qui entrarono in scena orologiai come John Arnold (1736-1799) e Thomas Earnshaw (1749-1829), che nell’ultimo quarto del Settecento presero le idee di Harrison e le resero più semplici ed economiche, fondando in pratica l’industria dei cronometri marini. Arnold introdusse miglioramenti come lo scappamento a forza costante e molle isocroniche, mentre Earnshaw sviluppò lo scappamento a detent semplificando il design del cronometro[31]. Grazie a loro, alla fine delle guerre napoleoniche la Marina Britannica disponeva di cronometri affidabili in numero sufficiente da equipaggiare ogni nave (spesso più di uno per imbarcazione, come ridondanza).

Verso il 1800, dunque, l’orologeria inglese dominava sia nell’arte degli orologi di lusso sia nella tecnologia pratica di strumenti scientifici. Gli orologi e cronometri inglesi erano ricercati in tutta Europa e oltre: pezzi squisiti con casse smaltate, complicazioni raffinate e meccanismi robusti giunsero fino alle corti cinesi, agli imperatori ottomani e ad altri potenti, consolidando la fama di qualità e precisione della manifattura britannica[32]. Quest’età dell’oro dell’orologeria inglese, estesa grosso modo dal tardo Seicento ai primi decenni dell’Ottocento, rappresentò uno dei capitoli più gloriosi, in cui Londra poteva dirsi la capitale mondiale dell’orologio[12].

Rivoluzione industriale e Ottocento – Tra splendore e declino

Intorno alla metà dell’Ottocento, l’orologeria britannica attraversò una fase di trasformazione critica. La Rivoluzione Industriale portò nuovi processi produttivi e una concorrenza internazionale senza precedenti. Paesi come gli Stati Uniti e la Svizzera iniziarono a meccanizzare la produzione di orologi, costruendo fabbriche capaci di sfornare migliaia di movimenti all’anno con pezzi intercambiabili e macchine utensili di precisione[33]. In America, la Waltham Watch Company presentò al mondo nel 1876 i suoi metodi di produzione di massa, suscitando stupore: due emissari svizzeri furono inviati all’Esposizione di Filadelfia per carpirne i segreti[34]. Questa rivoluzione produttiva mise in crisi l’Inghilterra, dove ancora nella seconda metà dell’Ottocento gran parte degli orologi era realizzata e rifinita a mano da artigiani specializzati (spesso organizzati nel tradizionale sistema del trade londinese, con orologiai, incassatori, incisori, ecc. che contribuivano ognuno a una fase). Di conseguenza gli orologi inglesi risultavano più costosi e lenti da produrre rispetto a quelli stranieri, erodendo la competitività sul mercato globale[35].

Paradossalmente, a sostenere l’industria orologiera britannica durante l’Ottocento fu l’espansione dell’Impero e delle esplorazioni: l’Admiralty (l’Ammiragliato britannico) ordinava migliaia di cronometri marini per equipaggiare la flotta, e ogni spedizione navale o scientifica partiva con dotazioni di precisione. Si calcola che verso la metà del secolo una grande nave da guerra portasse con sé dai 5 ai 10 cronometri, da regolare e riparare dopo ogni viaggio[36]. La produzione di cronometri di qualità rimase dunque un settore di eccellenza inglese. Londra continuava a ospitare rinomate ditte di cronometristi come Dent & Co., Arnold & Son, Frodsham, Barraud e altre, che fornirono strumenti a esploratori e alla Royal Navy. Un episodio significativo riguarda Charles Darwin: durante il viaggio del Beagle (1831-1836) portò con sé un cronometro di Edward John Dent (numero di serie 633), che lo aiutò a rilevare longitudini esatte durante le osservazioni naturalistiche[37]. Dent, fondatore nel 1814 dell’omonima azienda a Londra, divenne celebre proprio per i suoi cronometri di precisione destinati a navigatori intrepidi e alla Marina[37].

Nel contempo, l’Ottocento fu l’epoca delle grandi torri con orologio pubblico che divennero simboli del Regno Unito vittoriano. L’esempio più famoso è il Great Clock del Palazzo di Westminster a Londra, inaugurato nel 1859 e meglio noto come “Big Ben” (in realtà Big Ben è il nome della campana maggiore): progettato dall’ingegnere orologiaio Edmund Beckett Denison e costruito proprio dalla ditta Dent & Co., con i suoi quattro giganteschi quadranti divenne immediatamente un’icona nazionale[38]. La precisione del Big Ben era tale che, collegato per anni al segnale orario di Greenwich, incarnava la fiducia vittoriana nel progresso e nella puntualità britannica. In molte città industriali, stazioni ferroviarie e municipi sorsero torri con orologi monumentali in quel periodo, spesso forniti da ditte come Gillet & Bland (poi Smith of Derby) o Thwaites & Reed, per scandire la vita urbana e le nuove routine imposte dalle ferrovie e dalle fabbriche.

Un aspetto cruciale dell’era industriale fu infatti la standardizzazione del tempo. Con l’avvento delle ferrovie negli anni 1840, divenne necessario unificare l’ora su tutto il territorio: fu così adottata ufficialmente l’ora di Greenwich (GMT, Greenwich Mean Time) come riferimento nazionale nel 1880. Già dal 1852 l’Osservatorio Reale di Greenwich inviava impulsi telegrafici per sincronizzare gli orologi in tutto il paese, e un orologio standard progettato ancora da Dent fu installato all’Osservatorio nel 1871 per fornire il tempo campione esatto[39]. Questo “Standard Clock” di Dent misurava il GMT ed è rimasto in funzione fino al 1946, quando fu sostituito da un orologio elettronico[39]. Il fatto che l’Inghilterra imponesse il meridiano zero a Greenwich (ratificato nel 1884 dalla Conferenza Internazionale dei Meridiani) e l’uso del GMT in navigazione, riflette il prestigio che l’orologeria e l’astronomia britannica avevano acquisito: la precisione oraria divenne un elemento portante dell’infrastruttura dell’Impero, fondamentale per le ferrovie, la marina, il commercio internazionale.

Nonostante i successi – e sono molti – nella seconda metà dell’Ottocento la supremazia britannica iniziò a declinare in favore di altre nazioni. Londra perse gradualmente il primato: la Svizzera dominava il mercato degli orologi di lusso e di media gamma, mentre gli Stati Uniti eccellevano nei segnatempo popolari economici prodotti in massa. L’industria inglese degli orologi da tasca, concentrata in centri come Clerkenwell a Londra e Coventry (dove sorse un distretto orologiero specializzato), faticò a tenere il passo. Alcuni tentativi di meccanizzazione in Inghilterra vi furono, ad esempio la produzione a Coventry di orologi economici senza rubini (fusée-less watches) per le classi lavoratrici, ma non raggiunsero mai i volumi americani. Verso il 1900, l’orologeria britannica si era ridimensionata: restava insuperata nei cronometri marini e negli esemplari di alta precisione, ma quasi assente nel nascente mercato di massa degli orologi da polso e da tasca a basso costo. Questa crisi latente sarebbe esplosa nel secolo successivo con sfide ancora maggiori.

Il XX secolo – Guerre, crisi del quarzo e fine di un’era

All’inizio del Novecento, la Gran Bretagna vedeva la propria industria orologiera ridotta rispetto ai fasti di un secolo prima. Alcune case storiche sopravvivevano producendo orologi di alta qualità (soprattutto cronometri da marina e pendole da osservatorio), ma per l’orologio da tasca comune ci si affidava in larga parte alle importazioni dalla Svizzera o dagli Stati Uniti. Curiosamente, uno dei marchi destinati a diventare più famosi al mondo nacque proprio a Londra nel 1905: Rolex fu fondata da Hans Wilsdorf e Alfred Davis a Londra (col nome “Wilsdorf & Davis”) e operò lì per alcuni anni prima di trasferire la sede a Ginevra nel 1919. Sebbene Rolex sia un marchio associato alla Svizzera, questo aneddoto sottolinea come Londra fosse ancora un mercato importante e un crocevia di imprenditori dell’orologeria agli inizi del ‘900.

Il passaggio dall’orologio da tasca all’orologio da polso fu accelerato dalla Prima Guerra Mondiale (1914-1918). I soldati nelle trincee avevano bisogno di consultare l’ora rapidamente senza estrarre il taschino: nacque così l’uso diffuso degli orologi da polso da trincea, spesso orologi da tasca modificati con anse per un cinturino e dotati di quadranti luminescenti. L’industria britannica però non era preparata a soddisfare questa improvvisa domanda. La maggior parte degli orologi da polso utilizzati dalle forze britanniche durante la Grande Guerra era di fabbricazione svizzera (marche come Omega, Longines, Zenith fornivano movimenti e orologi interi che venivano poi marcati da rivenditori britannici quali Mappin & Webb o Dent). Dopo la guerra, l’orologio da polso divenne popolare anche tra i civili e i marchi svizzeri consolidarono la loro posizione sul mercato inglese.

Negli anni ’30 e ’40, con l’avvicinarsi della Seconda Guerra Mondiale, l’orologeria divenne ancora una volta un asset strategico. Forze armate britanniche svilupparono specifiche rigorose per gli orologi destinati a vari corpi: l’Esercito, la Royal Air Force (RAF) e la Royal Navy. Nel 1940, durante la Battaglia d’Inghilterra, ai piloti RAF servivano segnatempo affidabili: la Gran Bretagna ne commissionò la produzione a case svizzere come Jaeger-LeCoultre, Hamilton (USA/Svizzera) e IWC, che realizzarono il famoso orologio da navigazione “Mark XI” introdotto nel 1948 per i piloti RAF (con movimento Jaeger LeCoultre cal. 488/SBr o IWC cal. 89). Durante la guerra, il Ministero della Difesa britannico codificò uno standard per un robusto orologio da polso da fornire ai soldati dell’Esercito: nacque così il cosiddetto “Dirty Dozen”, un gruppo di 12 marchi (per lo più svizzeri come Omega, Longines, IWC, ma anche il britannico Vertex) che produssero nel 1945 dodici modelli quasi identici di orologi militari (W.W.W., Watch Wristlet Waterproof) rispondenti alle specifiche britanniche. Questi orologi, con cassa in acciaio, movimento a 15 rubini e quadrante nero, furono ampiamente usati dagli ufficiali britannici a fine conflitto e divennero oggetti di culto tra i collezionisti. Per la Royal Navy, la precisione restava imperativa: durante la Seconda Guerra Mondiale continuò la produzione di cronometri da marina, spesso realizzati da aziende inglesi come Thomas Mercer o Hamilton (che aveva acquisito una fabbrica in UK), per equipaggiare navi e sottomarini. Inoltre, l’avvento del radar e di nuove armi rese cruciale la misura esatta del tempo nei sistemi di puntamento e nelle comunicazioni: l’orologio del Royal Observatory di Greenwich continuava a essere la fonte del segnale orario nazionale (celebre il segnale orario radiofonico “a sei bip” introdotto dalla BBC nel 1924).

Dopo il 1945, con la pace, la Gran Bretagna tentò di risollevare la propria industria orologiera nazionale. Un’iniziativa significativa fu quella di Smiths, un’azienda britannica fondata nell’Ottocento (Smiths English Clocks Ltd) che nel dopoguerra avviò la produzione di movimenti da orologio da polso interamente in casa. Smiths divenne negli anni ’50 l’unico produttore britannico di orologi da polso su scala industriale, sostenuto anche dal governo che auspicava una riduzione delle importazioni svizzere per ragioni di bilancia commerciale. I risultati non tardarono: orologi Smiths “Made in England” come la linea Smiths De Luxe dimostrarono buona qualità. Un momento di orgoglio nazionale fu quando l’orologio Smiths De Luxe accompagnò Sir Edmund Hillary e Tenzing Norgay nella storica conquista dell’Everest nel 1953. Hillary indossava un Smiths impermeabile con movimento 15 rubini, che al ritorno riferì aver funzionato egregiamente malgrado le temperature estreme[40]. Il successo fu tale che l’azienda pubblicizzò l’evento in patria, rivaleggiando con Rolex (il cui Oyster fu anch’esso portato nella spedizione ma pare non fino in cima). Oltre alle imprese esplorative, Smiths fornì anche orologi alle forze armate britanniche: ad esempio un modello Smiths fu standard per l’Esercito alla fine degli anni ’60 (referenza W10, con movimento a 17 rubini), in uso fino ai primi anni ’70.

Nonostante questi traguardi, verso la fine degli anni ’60 l’orologeria britannica entrò in una nuova crisi. La competizione con i produttori esteri si fece nuovamente dura: gli orologi svizzeri, giapponesi (Seiko in primis) e anche gli economici orologi sovietici (il marchio britannico Sekonda in realtà importava orologi dall’URSS) invadevano il mercato interno. Smiths faticava a realizzare movimenti automatici moderni e a competere sui costi; nel 1970 cessò la produzione di orologi da polso civili, segnando di fatto la fine dell’industria orologiera di volume nel Regno Unito. Ma la sfida più grande veniva dall’Estremo Oriente: nel 1969 la giapponese Seiko introdusse il primo orologio al quarzo da polso, e negli anni ’70 la tecnologia al quarzo (più economica e precisa di qualunque meccanico) sconvolse il mercato mondiale. Questa “crisi del quarzo” colpì duramente la Svizzera, ma nel Regno Unito trovò un panorama industriale già fragile: le poche aziende rimaste dovettero riconvertirsi o chiudere. Ad esempio, Smiths abbandonò definitivamente il settore negli anni ’70 (continuando però a produrre strumenti aeronautici e automobilistici), mentre le storiche ditte di cronometri come Dent o Frodsham sopravvissero principalmente come restauratori o produttori di pezzi unici su commissione.

Negli anni ’80 e ’90 quasi nessun orologio da polso veniva più prodotto in Gran Bretagna. I marchi britannici attivi erano perlopiù distributori che facevano produrre all’estero: ad esempio Accurist, fondata a Londra nel 1946, vendeva orologi con movimenti svizzeri o giapponesi; Smiths compariva solo come marchio su qualche orologio al quarzo prodotto in Asia; Sekonda divenne popolare vendendo orologi sovietici a basso costo con nome inglese. Fu un’epoca in cui la grande tradizione orologiera britannica sembrava destinata all’oblio, mantenuta in vita solo nei musei e da pochi appassionati.

Eppure, proprio negli ultimi decenni del XX secolo, si gettarono i semi di una sorprendente rinascita indipendente.

Epoca contemporanea – Rinascita dell’orologeria britannica indipendente

Contro ogni previsione, il XXI secolo ha visto rifiorire nel Regno Unito una piccola ma vivace scena orologiera, focalizzata sulla qualità artigianale e l’innovazione di nicchia. Già dagli anni ’70 un uomo aveva tenuto alta la fiaccola della tradizione inglese: George Daniels (1926-2011), considerato uno dei più grandi orologiai indipendenti del mondo. Lavorando da solo nel suo laboratorio sull’Isola di Man, Daniels costruì a mano circa 30 orologi in tutta la sua vita, ognuno un capolavoro unico. Il suo contributo tecnico più famoso fu l’invenzione dello scappamento co-assiale nel 1974, un nuovo tipo di scappamento per orologi meccanici che riduce l’attrito e migliora la precisione. Daniels lo propose invano alle industrie svizzere per decenni, finché nel 1999 Omega adottò il co-assiale in produzione – la prima innovazione fondamentale nello scappamento dopo 250 anni[41]. Questo risultato valse a Daniels onorificenze (fu nominato baronetto) e dimostrò che l’inventiva britannica nell’orologeria era ancora viva. Daniels formò un unico apprendista, Roger W. Smith (nato nel 1970), al quale trasmise tutti i segreti del mestiere.

Roger W. Smith è oggi il più celebre orologiaio indipendente britannico: anch’egli stabilitosi sull’Isola di Man, costruisce interamente a mano non più di 10 orologi all’anno nel suo atelier[42], curando ogni dettaglio – dalle viti ai quadranti smaltati – con metodi tradizionali. I suoi orologi (come la serie “Roger Smith Series 1, 2, 3…”) sono oggetti per pochi facoltosi appassionati, ma rappresentano la continuità diretta con la grande scuola artigianale inglese del Settecento. Smith, come il suo mentore, utilizza lo scappamento co-assiale di Daniels in tutte le sue creazioni e sostiene che sia “la soluzione tecnicamente più avanzata apparsa negli ultimi 250 anni” in orologeria[41]. Il rinascimento dell’orologeria britannica indipendente deve moltissimo a queste figure: hanno dimostrato che, pur senza un’industria di massa, l’alta orologeria può prosperare nel Regno Unito tramite talenti individuali e microlaboratori.

Parallelamente, dai primi anni 2000 sono nati nuovi marchi britannici decisi a riscoprire la tradizione nazionale e competere nel mercato degli orologi meccanici di prestigio. Uno dei casi più noti è Bremont, fondata nel 2002 dai fratelli Nick e Giles English. Bremont si è specializzata in orologi da pilota e militari, spesso collaborando con forze armate e celebrando episodi della storia britannica (ad esempio edizioni limitate dedicate a Spitfire della RAF, o agli Enigma codebreakers di Bletchley Park). Dopo anni di assemblaggio con movimenti svizzeri, Bremont ha investito nella costruzione di un proprio stabilimento in Inghilterra e nel 2021 ha annunciato il suo primo calibro di manifattura (progettato in parte in Svizzera ma rifinito in UK), segnando un tentativo concreto di riportare la produzione industriale di orologi nel Paese. Un altro pioniere moderno è Christopher Ward, marchio fondato nel 2005 che ha adottato un modello di vendita diretto online: nel 2014 ha presentato il calibro “SH21”, il primo movimento meccanico interamente nuovo progettato in Gran Bretagna dai tempi di Smiths (anche qui con collaborazione svizzera per la fabbricazione).

Interessante è anche il fenomeno delle rinascite di antichi marchi: la casa Fears, originaria di Bristol (fondata nel 1846 e chiusa nel 1960), è stata ripresa nel 2016 dal discendente dell’ultimo proprietario e ora propone orologi eleganti assemblati in UK con movimenti svizzeri, onorando l’eredità di famiglia. Similmente, il nome storico Arnold & Son è stato rilanciato (sebbene oggi sia di proprietà svizzera, omaggia l’innovazione di John Arnold). Dent & Co., di cui abbiamo visto la storia gloriosa, è comparsa di nuovo come marchio di lusso negli anni 2000, producendo in Svizzera piccole serie di orologi da polso ispirati allo stile inglese e perfino costruendo un gigantesco orologio monumentale per la stazione di St Pancras nel 2007[43]. Anche la manifattura Charles Frodsham di Londra, attiva dal XIX secolo, ha presentato nel 2018 un proprio movimento da polso a doppio scappamento, prodotto artigianalmente in poche unità.

Oltre a questi, vi è una costellazione di micro-imprese orologiere in tutta la Gran Bretagna: dalla Scozia (anOrdain, che realizza orologi con splendidi quadranti in smalto), all’Inghilterra (Garrick, che produce orologi con componenti in parte fatti a mano a Norfolk), fino al Galles e all’Irlanda del Nord. Nel 2020 è stata istituita la British Watch & Clockmakers Alliance, una associazione per promuovere il settore, presieduta dallo stesso Roger Smith e con membri che vanno da grandi marchi come Bremont a piccole realtà indipendenti. L’obiettivo comune è formare nuove generazioni di artigiani (ad esempio attraverso la British School of Watchmaking a Manchester) e valorizzare il patrimonio storico.

Oggi, l’orologeria britannica non può ovviamente competere con i volumi di produzione svizzeri o asiatici, ma ha ritrovato una nicchia di eccellenza. Il prestigio costruito nei secoli – dall’epoca in cui “l’orologeria inglese era la prima del mondo”[44] – rivive nelle creazioni di questi atelier. Ciascun orologio indipendente realizzato in UK porta con sé un pezzo di quella storia: che sia un tourbillon moderno o una riedizione in stile vintage, incarna l’ingegno e la passione per la misurazione del tempo che da sempre contraddistinguono la cultura britannica. D’altronde, il contributo del Regno Unito all’orologeria è presente anche nei nostri orologi quotidiani, magari invisibile: ogni volta che guardiamo l’ora, dovremmo ricordare che standard come il meridiano di Greenwich e innovazioni come lo scappamento ad ancora o il co-assiale sono frutto di menti britanniche. Attraverso alti e bassi, l’arte orologiera britannica ha lasciato un segno indelebile – e, come le antiche campane del Big Ben che ancora oggi rintoccano puntuali, continua a ricordarci il valore del tempo e della sua precisa misurazione nella nostra civiltà.

Fonti e approfondimenti 📖

  • Royal Museums Greenwich – Storia di John Harrison e del problema della longitudine“Longitude found: the story of Harrison’s clocks”[23][25]
  • L’Orologio (rivista)“Un nuovo marchio, con molta storia alle spalle” (storia della Dent & Co. e del Big Ben)[37][39]
  • Orologi di Classe (blog)“Roger W. Smith e l’altro mondo… orologiero inglese” (la tradizione inglese e la rinascita contemporanea)[44][41]
  • Sobel, Dava – “Longitudine” (Rizzoli, 1996) – Avvincente racconto storico sulla soluzione del problema della longitudine ad opera di John Harrison.
  • Ruiz, Leopoldo – “La conquista del tempo: la storia dell’orologeria dalle origini ai giorni nostri” (Editoriale Olimpia, 1998) – Panoramica divulgativa sull’evoluzione degli strumenti per misurare il tempo.

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